Chi vogliamo diventare è scritto nei beni artistici accanto a noi. Il pensiero e le visioni di Pietro Petraroia sul blog DeA Live_Arte

In un’epoca di incertezze e attese, paure e insoddisfazioni, il tentativo di fuggire dal quotidiano e di rifugiarci in mondi distanti, di ambire a paradigmi lontani dalla nostra storia e situazione contingente, sono atteggiamenti ricorrenti e fuorvianti che, mentre ci illudono di poter trovare nuove strade, ci fanno perdere in vicoli ciechi.

Pietro Petraroia, storico dell’arte a servizio della comunità come Soprintendente per i beni artistici e storici e poi Direttore generale per la Cultura presso Regione Lombardia, è docente di Legislazione dei beni culturali e si occupa – professionalmente e per volontariato – di sviluppo locale e di valorizzazione dell’eredità culturale.

Ha le idee molto chiare su cosa ci serve per uscire da questa lunga crisi: bisogna, innanzitutto, riconoscere il valore di ciò che abbiamo accanto, interrogando le opere d’arte attraverso una frequentazione costante; programmare a lunga gittata le offerte culturali del nostro Paese, in base alle esigenze reali della comunità e senza inseguire modelli fuorvianti, ma partecipando attivamente, tutti, a questo progetto: per il bene di tutti.

Di questo racconterà durante il Webinar del 22 febbraio, alle ore 17, offerto da De Agostini Scuola gratuitamente ai Docenti di Storia dell’Arte della Scuola secondaria di secondo grado, toccando temi che inevitabilmente arrivano a parlare di educazione civica, cittadinanza attiva, partecipazione culturale e responsabilità condivisa.

Non è difficile credere che l’arte possa interagire con tali principi, e anzi farsene medium e divulgatore: ce lo spiega Petraroia anche in questa intervista, intrecciando visioni, pensieri, e un po’ di necessaria poesia.

Pietro Petraroia durante una sua conferenza.

Ilaria Bignotti: Quali sono a suo dire i valori che ancor oggi i beni artistici del passato lontano possono trasmettere ai nostri giovani studenti?

Pietro Petraroia: Perché “ancor oggi”? I beni artistici di qualunque epoca convivono con noi, nel nostro ambiente di vita quotidiano. Il fatto è, come diceva Calvino, «che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi mai conosciute, incomunicabili tra loro» (Italo Calvino, Le città invisibili). La comunicazione possibile fra le città del passato e di oggi può fluire soltanto attraverso di noi, se ci accorgiamo di quanto ci fa bene relazionarci con i segni della memoria nostra e altrui: essi possono curarci e darci gioia. Ma se non ne riconosciamo il valore per noi, i beni artistici rimangono risorse sprecate come tante altre, anzi ci appaiono come un intralcio incomprensibile sul nostro cammino; allora si fa prima a cambiarne i connotati o a eliminarli direttamente. Dovremmo invece accostarci alle opere d’arte del passato, a partire da quelle vicine a noi, come se esse ci parlassero con le parole della volpe che dialoga con il Piccolo Principe:

«[…] – È una cosa che troppi hanno dimenticato – risponde la volpe – significa “creare dei legami”.
– Creare dei legami?
– Certo, disse la volpe. Tu per me sei soltanto un ragazzino come centomila altri. Non ho bisogno di te. E tu non hai bisogno di me. Sono soltanto una volpe uguale a centomila altre volpi. Ma se tu mi addomestichi (in lingua originale: si tu m’apprivoise) avremo bisogno l’uno dell’altra. Tu sarai per me unico al mondo. E io sarò per te unica al mondo
[…] se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata. Scoprirò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.»

Antoine de Saint-Exupery, Le Petit Prince

Il restauro del Cenacolo Vinciano.

I.B.: Vi sono a suo dire delle opere d’arte, dei movimenti artistici che oggi possono aiutarci a raccogliere nuovi spunti per affrontare il presente?

P. P.: Certo che sì! Sono quelli a due passi dal portone di casa nostra. Siamo spesso “distratti” dalla mitologia dei capolavori, omologati dall’overtourism come icone di Andy Warhol, immaginati sempre distanti da noi; e così non vediamo quel che hanno da offrirci quei segni memoriali davanti ai quali passiamo magari ogni giorno, senza neppure raccogliere il loro sommesso saluto. Essi hanno invece la capacità, se stiamo attenti, di porci quegli interrogativi che solo la ricerca dei “capi d’opera” – vicini o lontani nel tempo e nello spazio – potrà aiutarci a risolvere: il vicino e il lontano, il modesto e l’eccezionale saranno messi pian piano in rete con la nostra coscienza. E il godimento che può dare questa ricerca – insieme alla possibilità, poi, di condividerla con altri – è un’esperienza possibile solo oggi, non del passato: anzi ci stimola a capire sempre meglio chi vogliamo diventare e come vogliamo avere una vita buona con gli altri nel futuro che costruiamo con le nostre scelte quotidiane.

I.B.: Quali sono le sfide principali che i musei devono saper fronteggiare oggi?

P.P.: Essenzialmente evitare l’autoreferenzialità e la fascinazione del protagonismo. La sottocultura della competizione comunicativa che sommerge anche i musei (ma che anch’essi talvolta contribuiscono a generare) può deviarli dalla prioritaria cura delle relazioni quotidiane e concrete con il territorio di riferimento e le sue comunità, le sue agenzie di educazione e ricerca ad ogni livello, i suoi soggetti economici, associativi, istituzionali. In Italia abbiamo bisogno di dare maggiore evidenza ai musei (piccoli o grandi che siano) che non inseguono la visibilità a ogni costo, non identificano il proprio successo con il numero di biglietti venduti, ma sanno perseguire la propria missione e costruire la sostenibilità dei propri bilanci grazie a un sistema di servizi correttamente remunerato, servizi rivolti alle persone e alle reti economiche e sociali di prossimità, oltre che per visitatori che vengano da lontano: forse ci vorrebbe un premio per stanarli e farli apprezzare come esemplari.

Pietro Petraroia durante una conferenza.

Dalla vigilanza su queste direttrici d’azione, d’altra parte, dipende molto la capacità dei musei di essere riconosciuti come rilevanti per un bene comune adeguatamente misurabile e percepibile, soprattutto in tempi di pandemia.

I.B.: Quali sono i temi e le domande che i direttori e gli amministratori dei beni culturali devono porsi per rispondere alle mutate esigenze e condizioni di vita della comunità?

P.P.: L’Italia, a mio avviso, ha ottime indicazioni dalla normativa nazionale applicabile alla gestione dei beni culturali, anche se diversi aspetti di essa dovrebbero perfezionarsi con urgenza o ancora mancano del tutto. Il problema è che molti direttori e amministratori, con i loro collaboratori, dovrebbero conoscerla meglio e poi apprendere come usarla abilmente per le finalità di pubblico servizio cui sono chiamati.

In particolare, la programmazione partecipata, per non dire la programmazione tout-court, è la prima funzione da ricominciare ad apprendere, accettando le ovvie difficoltà di ogni percorso che si conosce poco: infatti viene spesso confusa con la pianificazione delle spese previste! La conseguenza è che troppo spesso tanti singoli interventi, in sé magari buoni (almeno nelle intenzioni…) perdono di efficacia perché non riescono a “poggiarsi” su una strategia capace di massimizzarne gli effetti positivi e assicurare continuità. D’altra parte programmare significa anzitutto studiare il contesto, le sue esigenze, le dinamiche che di continuo lo ridisegnano, le risorse di ogni tipo che attendono di venire riconosciute e attivate… Senza di questo non si sa cosa fare e come farlo utilmente, si scimmiottano frettolosamente soluzioni altrui. Non si sa neppure bene cosa chiedere e a chi.

Tutto questo significa anche cambiare approccio nei sistemi di rilevazione e analisi dei fenomeni, adottando soluzioni che il mercato e il mondo della ricerca, del resto, ben conoscono: dall’impiego delle metodiche di data mining, alle reti neurali per l’indagine e la rappresentazione dei fenomeni nella loro complessità. Si tratta ovviamente di operazioni non facili, perché non riguardano solo i beni culturali ma il sistema di diversi asset e di relazioni umane che li intercettano ovunque di continuo. Penso a servizi che dovrebbero venire assicurati da infrastrutture della conoscenza interattive a livello nazionale e alimentate localmente, così da saper ridistribuire ai direttori di istituti e luoghi della cultura, agli amministratori di beni anche culturali, alle organizzazioni di cittadinanza attiva, sistemi di conoscenza integrata, capaci di assistere i decisori a ogni livello.

Qui l’intervista sul blog DeA Scuola: https://blog.arte.deascuola.it/articoli/chi-vogliamo-diventare-e-scritto-nei-beni-artistici-accanto-a-noi-il-pensiero-e-le-visioni-di-pietro-petraroia

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