Per l’amor del Cielo. L’immagine della spiritualità nell’arte contemporanea su DeA Live_Arte

Non è un tema d’altri tempi: la ricerca di una spiritualità e di un dialogo con l’Oltre, il Mistero, la Fede, è presente in molta arte contemporanea e assume spesso le forme di installazioni ambientali che invitano il visitatore ad una esperienza immersiva, di profonda contemplazione.

Questo il tema del mio terzo post sul blog di DeAgostini Scuola, per il quale ringrazio tutti gli Archivi e gli Estates d’Artista che hanno aderito al progetto concedendo l’uso delle immagini.

Ettore Spalletti, Patrizia Leonelli, Cappella e Sala del Commiato,
Casa di cura Villa Serena, Città Sant’Angelo, Pescara, 2017.
Fotografia di Werner J. Hannappel.

Arte nelle cappelle e nei luoghi di culto

Un viaggio nelle opere che affrontano tale tema potrebbe avviarsi con un omaggio a un grandissimo artista concettuale, da poco mancato, Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo, 1940-Spoltore, Pescara, 2019). Egli ha creato ambienti di grande poesia, facendo uso di colori quali l’azzurro, l’oro e il rosa, finalizzati a mettere l’animo del visitatore in una condizione di serenità e di apertura alla contemplazione.

È il caso della sua recente opera di intervento architettonico realizzata per la Casa di Cura Villa Serena, a Città Sant’Angelo in Abruzzo: l’artista ha creato una cappella e una sala del commiato immerse nella trascendenza luminosa dei colori, dal blu all’oro.

Blu, oro e rosa sono stati anche i colori della ricerca “immateriale” di Yves Klein (Nizza, 1928-Parigi, 1962), protagonista del Nouveau Réalisme francese e tra i precursori della Performance Art: rifiutando il principio della produzione di opere come beni di consumo, Klein ha, nel corso degli anni Sessanta, inaugurato una mostra in una galleria completamente vuota – si intitolò Le Vide, la Galleria era quella di Iris Clert, a Parigi, nel 1960 – venduto l’aria a peso d’oro e dipinto “Antropometrie”, letteralmente, misurazioni dell’uomo, usando come “pennelli viventi” i corpi nudi delle modelle, cosparsi di un blu che egli stesso ha brevettato come IKB-International Klein Blue.

Nato da padre indiano e madre ebrea, fin dalla nascita l’artista indiano Anish Kapoor (Bombay, 1954), autore di un’opera di grande tensione spirituale, ha respirato due culture, a cui si aggiungerà presto quella inglese, assimilata durante gli studi. Nel corso del tempo egli ha utilizzato i colori rosso, nero, blu, bianco per creare opere e installazioni sempre più monumentali che riflettono sulla spiritualità orientale e occidentale, sulla simbologia indù e sulle forme dell’astrazione minimalista della nuova scultura britannica. Il risultato sono lavori di grande potenza iconica e capaci di condurre il visitatore in un’esperienza metafisica.

Rothko Chapel, 1969, Houston, Texas.
Photo by Runaway Productions.

Il contatto diretto e l’immersione del visitatore nello spazio dell’opera d’arte è uno degli espedienti più ricorrenti che gli artisti utilizzano per far sorgere questa sensazione di comunicazione con il trascendente e lo spirituale: lo ha insegnato Mark Rothko (Daugavpils, 1903 – New York, 1970) padre dell’Espressionismo Astratto americano che in molti suoi scritti ha dichiarato che il grandissimo formato delle sue opere, create con molteplici velature monocrome tali da renderle come cieli vibranti, da attraversare con l’anima, era funzionale proprio per mettere in contatto il pubblico con l’Oltre. Esemplare è la Cappella che reca il suo nome, fondata nel 1969, un anno prima che l’artista si togliesse la vita, dai coniugi e collezionisti John e Dominique de Menil e progettata dagli architetti Philip Johnson, Howard Barnstone ed Eugene Aubry a Houston, in Texas: alle sue pareti vi sono 14 dipinti murali di Rothko, ciascuno di un nero diverso e penetrante, realizzati dall’artista che ha profondamente ispirato anche la forma dell’edificio, un ottagono iscritto in una croce greca.

Dan Flavin, Untitled, 1997, Installazione permanente in Santa Maria in Chiesa Rossa, Milano.
Foto: Roberto Marossi, Courtesy Fondazione Prada.

L’Italia ha la fortuna di ospitare importantissimi esempi di queste ricerche artistiche negli spazi del sacro: a Milano si deve ricordare l’installazione permanente di luci al neon opera dell’artista minimalista americano Dan Flavin (New York 1933-1996), realizzata nel 1996 all’interno della chiesa parrocchiale detta “Chiesa Rossa” progettata da Giovanni Muzio negli anni ’30. Luci verdi, blu, rosa, dorate e ultraviolette smaterializzano e avvolgono l’intero volume della chiesa, accompagnando il visitatore in un percorso metaforicamente spirituale: percorrendo lo spazio dall’ingresso, la successione cromatica del trattamento della navata, del transetto e dell’abside suggerisce infatti la progressione naturale della luce in notte – alba – giorno.

Dan Flavin, Untitled, 1997, Installazione permanente in Santa Maria in Chiesa Rossa, Milano.
Foto: Roberto Marossi, Courtesy Fondazione Prada.

Sempre a Milano, nella Chiesa San Fedele, è possibile scoprire il dialogo tra liturgia sacra e opere d’arte contemporanea, tra le quali l’installazione di tre grandi monocromi dell’artista David Simpson (Pasadena, 1928), appositamente progettati per l’abside della Chiesa. La sua tecnica pittorica, capace di diffondere la luce grazie a un composto di acrilici, titanio e cristalli, riluce qui nei toni dell’oro, del rosso e dell’azzurro che rimandano all’iconografia tradizionale della Trinità: l’oro del divino (come nei fondi oro dei mosaici bizantini e delle icone medievali), il rosso del Figlio (rosso è il colore che rimanda al sangue della Passione ma anche alla regalità di Gesù) e l’azzurro dello Spirito (ovvero del Cielo, del Soffio divino).

Il Papa “amico degli Artisti”

Giovanni Battista Montini (1897-1978), divenuto nel 1963 Papa Paolo VI, ebbe un ruolo fondamentale nel riunire i linguaggi artistici moderni con la religione cattolica, al punto da essere chiamato “l’amico degli artisti” proprio per aver riaperto il dialogo tra Arte contemporanea e Chiesa.

Il 7 maggio 1964, agli artisti riuniti nella Cappella Sistina, dichiarò infatti il suo impegno a favore di pittori, scultori, musicisti e poeti, cui raramente nel passato l’autorità ecclesiastica aveva prestato tanta attenzione, evidenziando la libertà della creazione artistica, se sostenuta da vera spiritualità:

“… Il tema è questo: bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti …Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità…Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci … Rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti? …”

Risponde a questa domanda anche lo straordinario corpus di 8000 opere della Collezione d’Arte Contemporanea all’interno del percorso dei Musei Vaticani: nata dal suddetto desiderio di Paolo VI di ripristinare il dialogo tra Chiesa e cultura contemporanea, i capolavori qui conservati vanno dalla fine del XIX secolo al Novecento inoltrato.

Inaugurata il 23 giugno del 1973, la selezione di opere esposte si snoda lungo un itinerario che va dall’Appartamento Borgia fino alla Cappella Sistina: da Van Gogh a Francis Bacon, da Marc Chagall a Carlo Carrà, da Giorgio De Chirico a Lucio Fontana, da Alberto Burri a Henri Matisse… A questi è dedicata un’intera sala, inaugurata nel 2011, che ospita il preziosissimo nucleo di opere, relative alla genesi della Cappella di Vence, entrate nelle Collezioni Vaticane nel 1980, grazie alla straordinaria donazione del figlio dell’artista Pierre Matisse.

Paolo Scheggi, La Conversione di San Paolo-Studi per la stesura registica dell’Apocalisse,
1970-1971, china e vernice spray su cartoncino, 70 x 100 cm.

Il dialogo con l’Oltre, l’indagine sulla ritualità e sul linguaggio della metafisica fonda l’intera opera dell’artista toscano di origine, milanese di adozione, Paolo Scheggi (Settignano, Firenze, 1940-Roma, 1971). Scopertosi malato sin dai suoi vent’anni, nell’arco di una breve, intensissima ricerca immaginò scenari e installazioni nei quali invitare l’Uomo di ogni tempo a compiere un viaggio spirituale e trascendentale: dalle visionarie scene ispirate all’Apocalisse, agli ambienti vivibili, quali la Tomba della Geometria (1970) nerissima e riflettente, e la bianchissima Piramide del 1970: una forma simbolica e funerea, dall’antico Egitto a Canova ai tempi moderni, recante all’interno una lastra con stampigliata la parola: DELLA METAFISICA, sino alla sua ultima opera: i 6profetiper6geometrie. L’indagine artistica di Scheggi diventa allora un invito al pubblico per entrare in contatto, attraverso la mediazione dell’opera d’arte, con ciò che esiste al di là della fine materiale delle cose e degli uomini.

Panoramica della Sala degli Specchi con gli arazzi di Maurizio Donzelli,
Palazzo Ducale, Mantova 2017-2018.
Courtesy Maurizio Donzelli.

Tra gli artisti attuali, Maurizio Donzelli (Brescia, 1958) pittore contemporaneo la cui opera racchiude un caleidoscopio di immagini, come nell’opera di uno dei suoi maestri spirituali, Paul Klee, lavora tra astrazione e figurazione. Donzelli infatti vuole che lo spettatore, davanti a un suo quadro, si senta libero di rielaborare personalmente quanto vede: la contemplazione, ovvero l’attento guardare, è alla base della fruizione dell’opera di Donzelli, che vuole essere una soglia tra ciò che è visibile, davanti ai nostri occhi, e l’invisibile, dentro alla nostra anima.

In queste parole, lette oggi, emerge la fiducia nell’arte quale medium per trasmettere e rendere visibile e vibrante il concetto astratto della spiritualità.

Maurizio Donzelli, O, 2020, tecnica mista, 160,5 x 142,6 cm. Courtesy Maurizio Donzelli

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